Barbone a Milano

la fotografia è stata realizzata da Roberto Turchet

Stava lì, stretto nel suo cappotto logoro e consunto di colore grigio fumo, in un angolo della “La Rinascente”, appoggiato ad una vetrina sotto i  portici, che fronteggiavano la Piazza del Duomo a Milano.  Come tutti i giorni stava lì, intirizzito per il freddo, rannicchiato contro uno degli angoli più riparati del palazzo che ospitava il più grande magazzino di Milano, con la mano timidamente tesa e lo sguardo implorante. 

Guardando fra la gente, lo vede in lontananza: un uomo alto impettito, camminata sicura e abiti eleganti dall’età apparente di 50 anni, vestito con un cappotto nero arricchito da  un collo di pelliccia e un Borsalino in testa.

Mormora a bassa voce, come parlando con se stesso: è lui…  eccolo è lui

Con il passo incerto gli si fa incontro, gli si para davanti e guardandolo intensamente, con una lacrima che spunta dagli occhi, preso da uno slancio enfatico: lo abbraccia e:  Colonnello, come sono contento di vederla colonnello, quanto tempo è passato dalla nostra ultima campagna ad El Alamein…

 L’uomo elegante si ferma stupito, lo sguardo interrogatorio e qualche parola tronca di risposta: ma… scusi non capisco… forse… 

E lui incalza:non  si ricorda di me?  Io sono il soldato Antonio Cerri, del settimo fanteria…sono anche stato il suo attendente per un periodo…  quanta strada abbiamo fatto sotto il sole… quanta polvere colonnello…  e  poi l’imboscata,  la prigionia, si ricorda vero?

L’uomo elegante, preso dall’imbarazzo cerca di farfugliare qualcosa, ma non sa cosa… vorrebbe dirgli che non è mai stato in Africa e che non ha fatto nemmeno l’ultima guerra, ma non ha il coraggio: teme di offendere quel povero diavolo, che lo ha scambiato per il suo colonnello della campagna d’Africa, a cui si rivolge con tanto rispetto, preso dal dubbio su cosa dire o fare: lo lascia proseguire…

Colonnello, si ricorda quando ci hanno sparato?  Io sono stato ferito ad  entrambe le gambe, poi ci hanno catturato e obbligati a una lunga marcia sotto il sole, ero ferito… Guardi come mi hanno ridotto… sono rimasto invalido…. E non prendo nemmeno la pensione… sono proprio stato sfortunato…  Meno male che lei sta bene, sono proprio contento che almeno lei ce l’abbia fatta.  Ma come è andata per lei?  forse è stato trattato meglio?   Eh penso di si perché quando siamo arrivati al campo ci hanno diviso dai nostri comandanti.   A lei l’hanno rimpatriato o l’hanno scambiato con i prigionieri inglesi?

Il presunto colonnello, stupito, ma sommerso dall’eloquio travolgente del suo interlocutore, si sente in preda a sentimenti contrastanti: pietà e simpatia per quell’uomo così carico di umanità, sfortunato ma privo di rancori, che vede in lui quello che forse un giorno aveva conosciuto come superiore, amato e rispettato.

E il barbone incalza:  quanti problemi, colonnello, non sono più riuscito a trovare un lavoro e nemmeno uno straccio di donna che volesse questo invalido… e quanta fame, quanto freddo a Milano, a dormire nascosto negli androni e a essere cacciato continuamente… quante umiliazioni… tutti che mi prendono a male parole….. vorrei farla finita…. Ma non ho il coraggio…

Imbarazzato e preso da un moto di pietà, il “colonnello” gli chiede: hai fame, non hai mangiato oggi?     …. ho una fame tremenda, sono più di due giorni che non mangio…con  i pochi spiccioli che raccolgo riesco a malapena a pagare la notte al dormitorio pubblico… sa se dormo all’aperto, rischio grosso e anche di morire congelato… poi mi hanno già arrestato più volte per accattonaggio…. È proprio dura la vita per un reduce invalido…al dormitorio è pericoloso perché i barboni delinquenti ti picchiano e ti rubano tutto, in carcere i secondini ti trattano come se fossi tu un delinquente, per strada rischi di morire assiderato…..  non so più cosa fare, guardi che neve viene giù dal cielo ed io questa notte devo andare al dormitorio se non voglio morire congelato…..

L’altro, il “colonnello” gli mette una mano sulla spalla e gli dice:  non preoccuparti, ti aiuto io, faccio quello che posso, intanto ti porto a mangiare in una trattoria e poi a casa mia a prendere un po’ d’abiti per coprirti meglio e ti do anche qualche soldo per aiutarti nei prossimi giorni, così potrai stare tranquillo per un po’

Il barbone scoppia in un pianto liberatorio e gli bacia entrambe le mani, il “colonnello” si sente imbarazzato e cerca di ritrarle, dicendo: su, su, cosa fai?  Non fare così, non sono mica un santo o il papa, sono un uomo come te, solo un po’ più fortunato e poi tu non sei forse  il mio attendente?  E io come un bravo comandante ho una responsabilità e ti devo aiutare, è mio dovere…..

Le ore successive trascorrono così, seduti in una trattoria davanti a un pasto caldo e abbondante, una visita a casa del “colonnello” per dargli dei vestiti caldi e infine un po’ di denaro: ti do queste 5.000 lire, non sono molte, ma per un po’ te la puoi cavare, se poi non ce la fai, torna pure a trovarmi, vedrò ancora cosa posso fare per te… magari ti aiuto per trovarti un lavoro…. E poi una casetta ove abitare e non dormire più per strada o al dormitorio….

Si lasciano così, sul pianerottolo di una bella e accogliente casa di una Milano già in ricostruzione, dopo la grande guerra e si abbracciano commossi.

Il colonnello rientra e racconta tutto alla moglie, che aveva partecipato stupita all’avvenimento, gli spiega perché non ha avuto il coraggio di dirgli che non era quel colonnello che lui ricordava….

Il barbone, mentre nasconde le 5.000 lire dentro i 5 paia di calze che indossa, riprende la sua strada e i suoi pensieri:  ecco, anche oggi ho risolto, ho trovato un altro colonnello, lo avevo capito che era un uomo ingenuo e di cuore, ormai sono un esperto, li riconosco da lontano, a naso…. nessuno ha mai il coraggio di dirmi che mi sono sbagliato e anche quando è capitato, poi mi hanno portato a casa loro e mi hanno aiutato…  se sapessero che sono nato così e non ho fatto la guerra, perché mi hanno riformato…. Ma d’altra parte, devo pur vivere… in fondo non faccio del male a nessuno e per un giorno li faccio sentire colonnelli…e le opere buone meritano un premio.

Consolandosi da solo: se ne va, verso la solita osteria dove incontrerà altri compagni di sventura e giocherà tutto alle carte, chissà se questa volta un po’ di fortuna gli permetterà di aumentare il suo piccolo gruzzolo o lo riperderà subito?    

Adriana Bolchini

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