Lettera ai miei ragazzi

di Giusi Bonacina

 Ragazzi, questa è  una lettera per voi:

 

per raccontarvi qualcosa che non riesco mai a dire. Sarà il tempo che manca sempre, saranno i mille impegni vostri e miei, sarà il pudore, sarà la timidezza o la paura di annoiarvi.

Insomma questa vuol essere la mia storia. La storia di una bambina degli anni cinquanta, di una adolescente degli anni sessanta, di una giovane donna sempre meno giovane poi.

Forse farete con me qualche passo indietro nel tempo e scoprirete che la differenza tra noi non è poi così grande anche se a volte vi sembrerà che siamo lontani anni luce.

E, insieme, questa lettera vuol essere un omaggio ai miei e vostri amici a due e quattro zampe che, anche se non li avete conosciuti tutti, hanno camminato e camminano metaforicamente e non, da sempre accanto a noi.

Intanto io credo che voi siate stati più fortunati di me.

Prima di tutto perché siete due e, l’uno grazie all’altro, non avete mai sofferto la solitudine. Poi perché, quando siete nati, in casa c’era già un cane. Perla.

Io, al contrario, ero figlia unica e sono cresciuta da sola.  

 

 

In più, fino a che ho compiuto tre anni, sono stata interamente coperta dalla crosta lattea prima, e dalle dermatiti poi e non ero certo bella da vedere.

Se, ai giardini, un bambino accidentalmente mi si avvicinava, la sua mamma solerte lo trascinava via quasi avessi la peste. Non l’avevo, ma facevo schifo lo stesso. Lo sapevo e passavo intere giornate in totale solitudine.

Quando ero piccina nel cortile della casa dei nonni c’era, in un angolo, un cumulo di grosse pietre. Io mi sedevo lì sopra nella bella stagione e trascorrevo tutto il pomeriggio al sole. Sempre al sole, come adesso. Aspettavo, come un piccolo cane fedele, raggomitolata col mento sulle ginocchia, che vostro nonno tornasse dal lavoro.

Era il tempo in cui la nonna mi cuciva i vestiti. Si faceva dare una mano da una nostra dirimpettaia che abitava di là dal cortile. Si chiamava Pasquina e aveva fama di strega oltre che di sarta. E’ morta da un pezzo, ma mi ha lasciato una eredità che non accenna a morire. La passione per l’occulto.

Per raggiungere la sua casa si salivano delle scale dai gradini sconnessi e corrosi dal tempo e dall’umidità e talmente buie che non si distinguevano neanche in pieno giorno. I muri erano sempre freddissimi e bagnati. Io ci facevo scorrere sopra le mani e bevevo l’acqua del tempo che mi restava sulle dita.

La porta era completamente nera con un piccolo campanello che in origine doveva essere stato bianco, ma che io ricordo di un colore tra il marroncino e il giallo.  Io non suonavo mai. Era troppo in alto perché ci arrivassi.

Stavo dietro la porta e aspettavo che si aprisse. Volete sapere cosa sia la fede? E’ questa. La porta si apriva sempre. Era difettosa, ma io lo ignoravo. Pensavo che fosse magica.

Rivelava un corridoio scurissimo con una fila di manichini neri, maschili e femminili.

Erano, nella mia fantasia di allora, uomini e donne senza braccia, senza gambe e soprattutto senza testa, giustiziati da un non sapevo bene quale giudice spietato. Mi facevano paura così neri e mutilati, eppure mi piaceva enormemente vederli. Mi emozionavo. Davo una occhiata all’ingresso e poi correvo attraversando il corridoio con gli occhi chiusi. La consideravo una prova di coraggio. Ero molto fiera del fatto che, se l’invisibile giudice mi lasciava passare senza strapparmi né una gamba né un braccio, voleva dire che ero buona e brava. Arrivavo alla cieca e col cuore in gola nella fumosa cucina della Pasquina che fungeva anche da laboratorio.

 Qui si tagliavano e confezionavano i vestiti. E qui ho imparato che cos’è la civetteria. 

Ne ho da vendere a sentire vostro padre.

Con le pezze di stoffa che cadevano sotto il grande tavolo da lavoro passavo i pomeriggi d’inverno. Bastava qualche ritaglio da trasformare in manto e diventavo immediatamente una regina, una zingara, una gran dama e mi piaceva da impazzire.

E un’altra cosa mi piaceva da impazzire.

La Pasquina aveva un cane. Dic. Era un vecchio cane pieno di acciacchi, ma a me sembrava meraviglioso. Anche se non riuscivo a immaginarlo giovane. Ero convinta che fosse nato già così. Stanco, brontolone e con  il pelo irto e rado da cui si vedeva in più punti il roseo della pelle.

 Si muoveva lentamente e mal sopportava le mie effusioni. Quasi sempre ringhiava, ma non mi ha mai morso. A suo modo mi faceva compagnia: lo adoravo.

Qualche volta gli legavo una corda intorno al collo e lo facevo scendere in cortile. Dovevo raccogliere l’erba da portare alla sua padrona. La Pasquina la faceva essiccare al sole, la sminuzzava, l’avvolgeva in carta di vecchi giornali e la fumava. Non si trattava della più nota “erba” degli anni settanta e oltre. Era solo volgare erba di prato, per di più stenta e impolverata. Semplicemente la Pasquina non aveva i soldi per il tabacco.

Anni dopo è morta per un cancro alla gola, detto del fumatore. Mi chiedo adesso se la mia erba non abbia avuto delle responsabilità.

Dunque la Pasquina faceva la sarta ma il suo atelier era frequentato da gente così povera che i più la pagavano a piccole rate discontinue o non la pagavano affatto.

Lei, però, leggeva le carte. Non i tarocchi. Delle vere e proprie carte da gioco. Ne aveva un mazzo di così vecchie e unte che scivolavano tra le dita e lasciavano il nero. Qualche soldo lo raggranellava così. Vendeva, per poco, parole che facevano bene e le donne (venivano a consultarla solo donne) andavano via contente. L’amore nei suoi oracoli trionfava sempre.   Anche la fortuna, è ovvio, ma soprattutto l’amore. Non diceva mai quando, però. Ma andava bene così.  

E’ da lei che ho imparato i primi segreti delle mantiche e, soprattutto, a non giudicare chi si fida e si affida a loro.   Andavo volentieri dalla Pasquina.

Dalle sue mani nere e fatate sono usciti i miei vestitini più belli, i miei cappotti, i cappellini per le mie bambole.

Tutto praticamente gratis, visto che di soldi ne giravano pochissimi anche a casa nostra. Tutto dovuto al suo paziente lavoro di assemblaggio di scampoli e ritagli.

Lei era una donna bruttissima, ma io non sapevo se fosse un uomo o una donna perché non si capiva bene.

Sempre vestita di nero, aveva pochi capelli grigi spettinati e tanti peli sul mento a formare una vera e propria barba lunga e molle. Denti neri e radi, ma la bocca sempre aperta al sorriso.

Non l’ho mai sentita sparlare di nessuno.

A mio modo le volevo bene, ma avevo paura che mi baciasse e le stavo a una discreta distanza.

Suo marito, il vecchio signor Lino, che, come il Dic avrà forse conosciuto la gioventù ma io me lo ricordo sempre vecchio, era  altrettanto brutto.

 Completamente calvo e sdentato, parlando, sputacchiava. Non si capiva una parola di quel che diceva a meno di non conoscerlo bene o di sapere in precedenza quello che voleva dire. Aveva le tasche sempre piene di castagne secche.

Gli piaceva sorprendermi. Mi arrivava alle spalle o si chinava sotto il tavolo e mi diceva: “Che cosa ho in tasca?”  “Castagne!” rispondevo io fingendomi contentissima di avere indovinato. “Brava! Allora sono tue:”

Ed era più contento di me. Ma era impossibile sbagliare. Portava sempre e solamente castagne. Le mangiavamo tutti. Anche il Dic.

Il Dic era l’amore di tutti e due i coniugi che non avevano figli. Sono convinta che i bocconi migliori della loro povera mensa andassero a lui, a lui tutte le cure e le attenzioni. Lui ingrassava e ricambiava.

Quando lo lasciavo in pace si sdraiava accanto alla porta e non si muoveva per ore. Aspettava il suo padrone. Ogni tanto guaiva. Si sentiva solo. Come me, quando non c’era mio padre. Io soffrivo terribilmente di gelosia. Perché non gli bastavo?

Così cercai di dimenticarlo e smisi di frequentare la casa dei manichini, sorda ai richiami della Pasquina che mi invitava dalla finestra.

Cominciai a parlare e gesticolare da sola.

Probabilmente uno psicologo infantile lo avrebbe trovato del tutto normale. Avevo cinque anni, l’età del compagno immaginario, ma mio padre e mia madre si preoccuparono. Fu così che non andai dallo psicologo ma ebbi un cane. Pucci.

Il Pucci era l’ultimo nato di una cucciolata di cinque. Tutti orribili.

Lui, più che un cane, sembrava un grosso topo di cloaca. Il dorso tutto nero, rasato e grasso lo faceva simile a una specie di salsicciotto che finiva da un lato in un codino lungo e sottile tipo serpe e dall’altro in un musetto appuntito e baffuto. Orecchie sempre in movimento. Dentini affilati e pronti al morso. Non ha morso mai, però, almeno noi di casa.

Era un cane intrepido e battagliero. Qualche chilo di peso per venti centimetri d’altezza di puro coraggio. Non era un cane casalingo. Non fu mai il mio cane. E’ sempre stato il cane del nonno. Io non ero gelosa, però.

Lo accompagnava dappertutto. Faceva coscienziosamente la guardia alla casa, alla macchina che, cadendo in pezzi non aveva affatto bisogno di guardia perché nessuno si sarebbe mai sognato di rubarla, alle persone.

Io avevo cominciato la scuola.

Ero buona e diligente, ma non avevo mai tutto quello che serviva. Una semplice scatola di matite colorate spesso rappresentava un problema per le nostre finanze.

Mi sentivo diversa e non legavo con le altre bambine.

Tornando a casa chiedevo al nonno: “E’ vero che noi siamo poveri?”

“Per niente!” rispondeva lui “Non vedi che casa grande che abbiamo?”

La casa era grande, sì, ma senza bagno e, d’inverno, tutta gelata.

“Perché dici così? Cosa ti viene in mente? Siamo ricchissimi. Abbiamo un cane!”

Così scoprii che avevo qualcosa di interessante da raccontare alle mie compagne. E il Pucci fu il tramite ignaro del mio inserimento scolastico.

Parlavo sempre di lui, scrivevo di lui, imparavo a contare sulle sue zampe e sulle sue dita. Lui lasciava fare con sufficienza. Qualche volta mi leccava le mani, mosso a compassione dal mio impegno.

Erano gli anni in cui scoprii che appartenevo ad una famiglia di sinistra. Forse eravamo comunisti. Ma non tutti nello stesso modo.

Quasi certamente l’intero quartiere nel quale abitavo e che voi conoscete bene, era, a quel tempo, interamente di sinistra. Eravamo famiglie operaie.

Pochi soldi. Grande miseria. Ma, in casa mia, grazie a mio padre, anche grande fantasia. Mi raccontava le favole prima di dormire proprio come ha fatto con voi e giocava con me in ogni momento libero. La mia giornata si colorava quando sentivo il suo passo per le scale o il suo lungo fischio che mi chiamava. Ho amato mio padre più di tutti gli uomini della mia vita. Più di vostro padre.  Forse di voi.

Anche vostro nonno era un comunista.

Io veramente a quel tempo non sapevo proprio cosa volesse dire. A mala pena distinguevo la destra dalla sinistra delle mie mani. Però sentivo usare spesso questa parola.

Il primo di maggio i comunisti facevano festa.

Un lungo corteo di uomini e di donne, ma soprattutto uomini, sfilava nella nostra via.

Mio padre non ha mai partecipato. Schivo e taciturno com’era detestava ogni forma di esibizione. Però guardavamo insieme dalla finestra. Io gli chiedevo: “Sono tutti comunisti?”  “No” rispondeva lui “sono tutti lavoratori. E’ lo stesso.”

Mentre scrivo e penso a mio padre mi raggiunge la voce del vostro, che suona come la tromba del giudizio “Ma cosa fai lì con tutti quei gatti addosso? Lo vedi che poi hai i vestiti tutti pieni di peli? In questa casa non si sa più dove sedersi tanto è piena di peli. Ma buttale fuori tutte queste bestie. Per cosa credi ti abbia comprato una casa col giardino?”

Per dovere di cronaca non viviamo in un serraglio. I gatti sono solo due e due i cani, Spillo e Gurka, però è vero che mentre scrivo li ho addosso tutti e quattro.

 

fine primo capitolo

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