Questo sarebbe dovuto essere

 

Questo sarebbe dovuto essere un racconto. Una storia. La nostra. Mi accorgo invece di avere scritto una lettera di addio.

Se riguardo queste poche parole le trovo banali, ridicole addirittura. E poi è sempre un po’ retorica una lettera d’addio. Eppure è davvero finita.

Nemmeno io so quando è incominciato, quando ho avvertito l’inizio della fine. Forse tanti anni fa, forse solo ieri.

Ma  quel che mi addolora di più è il fatto che non c’è nessuna ragione al mondo per cui io dovrei amarti di meno.

La colpa è senza dubbio mia. Sono io che ho sempre preteso di parlare delle nostre crisi, di aggiornare la situazione come se si trattasse di un bollettino di guerra. E, alla fine di ogni discussione, mi rimaneva addosso un malessere, una delusione, qualcosa di imbarazzante che non mi andava di riconoscere. Ho cominciato così, accusando ingiustamente la tua simpatia per la destra, quella politica intendo, a volerti bene, ma a non amarti più.

Eppure, sono certa, non c’entrano le reciproche tendenze, i nostri “credo” che si scontrano. Tutto ha assai più semplicemente avuto inizio una sera al ristorante. Forse era lo spettacolo di quei due al tavolo di fianco al nostro. Muti, ostili, lontani, intenti ognuno ad un colloquio senza parole col proprio piatto. Quante volte abbiamo assistito al pasto silenzioso e tragico  delle coppie che non hanno più niente da dirsi . Quegli sguardi che evitano di incontrarsi per non vedere l’uno negli occhi dell’altro la noia di entrambi.

 

 

C’è stato un tempo felice in cui io avrei voluto leggerti magari l’elenco telefonico pur di intrattenerti in qualche modo o inondarti di chiacchiere inutili, come dici tu. E, alla fine, avrei esclamato trionfante, forte delle mie convinzioni: “A noi non succederà mai.”    Invece la trappola era lì che attendeva anche noi, spalancata sotto di noi.

Che cosa ha cancellato quel tempo in cui, seduta accanto a te ti chiedevo: “Dimmi subito una cosa carina.”?  Forse proprio tu.

Troppe volte, incalzato da questa domanda che hai sicuramente giudicato idiota, sei rimasto di ghiaccio e ti sei limitato a sorridermi.

Sapevi che non mi sarebbe bastato. Io esigevo una frase, una parola sepolta chissà dove. Ecco. Ho imparato a farne a meno.

Troppo spesso mi sono sentita sciocca, inutile, disprezzabile ai tuoi occhi. Tu non immagini neanche quante volte, sorprendendoti a guardare un’altra donna o a parlare con lei ho pensato: “Ecco. Era lei che doveva sposare.” E quanto dolore ho provato.    Eppure è incredibile come bastino pochi secondi. E del nostro amore, di tutta la nostra storia non rimangono che pochi, remoti ricordi.

 

Non può essere, mi dico, passerà, dev’essere una crisi passeggera, ma so con sicurezza che niente sarà più come prima. Ma prima di cosa? Non so. Non chiedermelo.

Mi è rimasta viva nella memoria la traccia di quella sera, una come tante, in cui andavamo insieme al Circolo. Tu ti eri allontanato per una delle tue solite telefonate. Io avevo contato i secondi, i minuti di tortura che la tua assenza mi stava infliggendo. Davanti alla tua sedia vuota. Col tuo e il mio gelato che fondevano nei bicchieri, pensando ti amo, accidenti, ti amo da impazzire. Con la gola serrata, lo stomaco chiuso e tanta voglia di piangere e di ridere insieme. Ero talmente innamorata di te che mi sentivo in preda a una malattia. Invece è questa la malattia. Il male davvero incurabile è questa apatia, questa indifferenza che prima o poi ci prende tutti e chissà poi perché proprio noi, stupidi presuntuosi, ci eravamo illusi di sfuggirvi.

E adesso non serve chiedersi se potranno tornare quei momenti. Entrambi abbiamo la persuasione che non ci sarà più possibile tornare indietro, che qualcosa è finito per sempre nonostante continuiamo a dividere lo stesso letto.

Sarà per questo che abbiamo smesso di fare l’amore. Tanto oramai lo facevamo in un modo quasi meccanico, come obbedendo ad un rituale.

Solo una volta. Quest’estate, tornando una notte da Milano in macchina ti dissi che sarebbe stato bello fermarsi in una piazzola dell’autostrada e fare l’amore come un po’ di tempo fa.

Forse non te ne ricordi nemmeno. Mi hai risposto che il letto è talmente comodo…    Solo che, una volta a letto, mi sono addormentata. Come da copione.

 

 

“E tu cosa aspetti a farti un amante?” mi chiedi talvolta e non capisco (non ti capisco ancora dopo tanti anni) se il tono è di sfida.   Lasciamo stare, ti prego. Parliamo di noi.

Se penso che abbiamo passato una vita insieme mi domando come ci siamo riusciti. Abbiamo avuto due figli. Meravigliosi. Abbiamo perduto persone care. Sempre insieme.  Ma, onestamente, tra me e te com’è andata?

Forse c’è stata sempre, dentro di te, una sorda, tenace, disperata volontà di volermi bene. Forse ti sono sembrata una cosa da proteggere, da custodire, hai anche creduto di amarmi e sicuramente a modo tuo lo hai fatto, ma ,ammettilo, non hai mai pensato, nemmeno sperato di perderti nell’adorazione della mia persona. Ed io volevo solo questo.

Ricordi il giorno delle nostre nozze? Io non avevo mai creduto nel matrimonio, ma avevo voluto sposarti lo stesso. Tu riempivi talmente ogni mio pensiero che di certo, mi dicevo, avrei cambiato idea.

Quando, però, mi sono vista la fede al dito, mi sono accorta che quel cerchietto dorato costituiva da solo tutta la realtà. Niente più esisteva oltre la sua apparenza. Niente più ci poteva disturbare. Finalmente eravamo stupidi, finalmente eravamo felici anche noi. Come tutti.

Non ho mai più portato l’anello nuziale. E ho cominciato a sentirti distante.

 

 

E tu? Ti sei mai veramente accorto di quanto il sentimento e l’intelligenza si siano sempre sovrapposti  al desiderio che ti ispiravo senza mai smarrirvisi dentro, senza mai fondersi in una sola cosa con me?

Facevamo l’amore, sì, ma rabbioso e rapido era il piacere. Quasi aspro. Un singhiozzare del tuo corpo sul mio che, ahimè, non ti fu mai tanto caro da innalzarti fino a toccare il cielo né da sprofondarti negli abissi dell’incoscienza. In ogni momento, in ogni spasimo il tuo cervello è sempre stato libero. E forse è proprio quello che non sono mai riuscita a perdonarti.

Spesso accendevi la lampada e mi fissavi negli occhi per cogliervi, almeno lì, quello che tu non riuscivi a provare. L’abbandono.

E ti sei illuso, fissandomi, di amarmi anche tu. Cioè di provare anche tu la fusione, anzi, la confusione del senso e del sentimento. Povero te! Non hai mai capito che l’amore è soltanto nell’impossibilità del ragionamento. E’ soltanto e appunto l’incapacità di distinguere tra anima e corpo. Accendevi la luce e guardavi nei miei occhi. Grigioverdi, tra le palpebre socchiuse ti fissavano anche loro. Ma non avevano alcuna espressione che tu riuscissi a comprendere. Io mi scioglievo dal tuo abbraccio a poco a poco e più tardi possibile. E, nello stesso modo, a poco a poco, ho imparato a fare a meno di te, a nasconderti la mia freddezza.

 

 

Giacevo, infine, nel letto, tormentata, vicina a te col corpo, ma lontanissima col pensiero e ansiosa del sonno. Unica vera dolcezza che mi restava e che tardava a venire. L’amarezza che di notte nascondevo a te e quasi a me stessa riaffiorava di giorno senza che io me ne accorgessi o potessi impedirlo. I più piccoli incidenti erano occasioni d’oro. Una finestra chiusa o aperta, la tua passione spropositata per le piante, un tuo ritardo nel tornare a casa mi facevano arrabbiare fuor di misura. Ero sempre triste, nervosa, infelice.

Non ho mai collegato, però, questo mio nervosismo alla nostra incapacità di capirci. Avevo la spiegazione pronta. La vita coniugale dev’essere così.

A tavola accadeva anche di peggio. Intanto non ho mai avuto in simpatia chi ama il vino e tu lo hai sempre amato. All’inizio ho creduto di tollerarlo, di accettare in qualche modo il suo odore sgradevole solo per farti piacere, ma, col passare del tempo, fingere mi è diventato sempre più difficile. In certe giornate poi ho cominciato a non sopportare più di vederti mangiare. Tenevo gli occhi bassi oppure guardavo da un’altra parte. La tua antica abitudine di gustare a fine pranzo un pezzetto di formaggio costituiva la mia salvezza. Io lo detesto da sempre, lo sai, ma gli ero grata di consentirmi di alzarmi senza doverti aspettare. Eri proprio tu che mi invitavi gentilmente a farlo. “Vai pure di là se preferisci” dicevi “ so che non gradisci questo odore.” E io mi allontanavo subito. Non volevo vederti. Dovevo aumentare la distanza tra noi.

 

 

Per un nonnulla rossa di rabbia ti insultavo, facevo a pezzi il nostro rapporto, singhiozzavo disperatamente. E non potevo vivere senza di te.

Tu di fronte alla mie collere vestivi una maschera di marmo. Muta. Impenetrabile. Forse con me sei stato sempre tanto paziente o, forse, non te ne è mai importato granchè.

Poi, improvvisamente, una mattina mi sono svegliata completamente guarita. Quel legame viscerale che mi teneva legata alla tua persona si era, d’incanto, spezzato. Io mi sentivo libera. Non dipendevo più da te. Ero tranquilla, serena.  Forse, come suggerisci tu mi ero fatta un amante. Senza nome, senza volto.

E ancora miei amanti sono tutti gli uomini che incontro per via abbracciati alle loro donne. Due teste rovesciate sullo schienale di una macchina in un lungo, interminabile bacio mi danno un momento di vera felicità. Niente di più.

La casa, i figli, i cani, i gatti e, perché no? anche tu, mi assorbite interamente. Fate parte del mio vissuto quotidiano senza troppe emozioni del quale non saprei però fare a meno.

Del resto un amante che avesse occhi, bocca, pensieri suoi propri mi spaventerebbe. Chissà se non mi sbaglierei di nuovo? Perché è sicuramente colpa mia. Ho sbagliato. Non è stata una condanna. Solo uno sbaglio. Irrimediabile, certo, ma uno sbaglio. Nulla più.   Ma si può vivere senza emozioni? O meglio io posso?

Stamattina, finalmente, ho preso la decisione. Devo andarmene. Adesso.

 

 

Passo davanti a te. Stai seduto al tuo tavolo. Io ti vedo di schiena. Una pioggia grigio perla viene giù piano piano. La testa tra le mani, come sempre immerso nelle tue carte, lavori.

Sembri indifeso. Hai quasi tutti i capelli bianchi e lavori ancora tanto. Per noi. Soprattutto per me. “Sono proprio stanco, tesoro” mi dici talvolta e so che non ne parleresti se non fosse più che vero. Non devo pensarci o so che mi mancherà il coraggio. Ecco. Il mio tallone d’Achille sono questi momenti di tenerezza struggente che sai ancora farmi provare.

Devo pensare ad altro. L’amore non può, non deve mescolarsi alla gratitudine. Io devo pensare a qualcosa di meraviglioso che mi porti via di qui. Guardo la pioggia colare lungo i vetri e vedo.

Vedo un’altra giornata come questa.

Io correvo con i capelli appesantiti dall’acqua tenendo per mano qualcuno che non eri tu.

I vestiti inzuppati avvolgevano attillati i nostri corpi. Le guance rosse. Egli, con dolcezza infinita, mi accarezzava il viso bagnato come tu non hai mai saputo fare e nei suoi occhi brillavano pagliuzze d’oro…

Sono stata lontana da te, senza di te. Eppure sono stata felice.

L’ho solo sognato? Può essere. Ma chi ha mai detto che la seduzione non passi anche attraverso il sogno? Tu, comunque, non lo saprai mai.

Io so, invece. So che rimarrai sorpreso, incredulo forse.

Starai immobile in piedi in mezzo alla stanza mentre leggerai il biglietto che ti ho lasciato prima di chiudermi la porta alle spalle: “Ciao, amore. Ho fatto la valigia.”

 

Giusi Bonacina

 

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