Se c'è una cosa

 Giusi Bonacina 

 

 

 

Se c’è una cosa che adoro di te, è la voce.

Credo che niente sia così tuo come la tua voce.

Anche al telefono. Soprattutto al telefono. Tu diventi la tua voce.

Quel modo tutto speciale che hai di pronunciare il mio nome sussurrandolo tanto velocemente che le vocali e le consonanti non si distinguono più, è la cosa più cara che mi lasci.

Neanche la tua presenza riesce a rimanere impressa con tanta forza nella mia mente.

Eppure la tua voce è quasi cosa astratta, un soffio appena, esile e lieve come una carezza. Non ti ho mai sentito usare un tono di voce alto o stridente, eppure, come tutti, non sempre dici cose piacevoli.

Ricordo una volta in cui mi chiamasti di notte. Era una cara abitudine che continuammo per un po’. Poi, purtroppo, abbiamo smesso.

Stavamo insieme da poco (ma siamo insieme noi?) e io ti amavo già. Però non volevo pronunciare la parola amore, né la volevo sentire detta da te.

Troppo impegnativa, pensavo, troppo pericolosa, troppo grande per due come noi. Eppure sapevo che era già amore. Già da un pezzo. Almeno da parte mia. E quella notte ero tanto emozionata che la cornetta mi scivolava nella mano. Stavo zitta zitta. Ascoltavo te che parlavi. La tua voce era una musica dolce. Mia.

Io pensavo che mi sarebbe piaciuto registrarti. Così. Per poterti riascoltare a piacere e riprovare le stesse sensazioni ogni volta che avessi voluto.

Lo penso ancora. A distanza di anni. Credo che sarebbe stato il modo migliore di avere e conservare una lettera d'amore che non mi hai mai scritto.

Mi parlasti di tutto. Come sempre. Ma, quella volta, dopo esserci detti buonanotte, trascorso un intervallo di un paio di minuti, il telefono squillò di nuovo. Sono ancora io, dicesti. Volevo dirti che…pausa e sospiro d’imbarazzo…volevo dirti che ti amo.

 

E fu amore. Ufficialmente. Anche se non lo dicemmo a nessuno.

 

E’ passato del tempo e ci amiamo ancora. Ancora di più, dici.

Ma questa certezza di essere amata da te, che mi rende immensamente felice, si trasforma in angoscia ogni volta che penso a lei.

Lei è tua moglie. La madre dei tuoi figli. Verso la quale io provo dei sensi di colpa così grandi che a volte mi chiedo se non sarebbe stato meglio non esserci mai incontrati.

Non sa di noi, non preoccuparti, mi dici convinto di rassicurarmi.

Scusami. Non ci credo. Oppure c’è qualcosa di te che mi sfugge, che non capisco. Sai fingere così bene? O ti riesce tanto facile nascondermi ai suoi occhi?

Non può non essersi accorta che sei cambiato, non può non aver notato le tue telefonate misteriose o i ritardi sempre più lunghi nel tornare a casa dopo il lavoro. Non può non avere indovinato la presenza di un’altra donna per quanto tu ti sforzi di sembrare, davanti a lei, il te stesso di sempre.

Sa di noi, sono certa. O meglio, ha capito che hai un’amante (mi piacerebbe dire un amore, ma ho sempre chiamato le cose col loro nome, mi pare più onesto) e si ingegna di darmi un nome, un volto.

Pensa che io sia una collega, credo. Io, al suo posto, penserei così.

I mariti non hanno fantasia in queste cose. Si prendono la prima che ci sta o li circonda di sorrisi non sempre disinteressati. Del resto è cosa nota. Le colleghe trascorrono con gli uomini molte ore al giorno, molte più che una moglie.

L’anno scorso, in occasione del suo compleanno, mi raccontasti che ti chiese un regalo. Quello che vuoi, mi dicesti di averle risposto. Io ho avuto paura che rivolesse indietro suo marito. No. Invece ha voluto l’autoradio.

Sarebbe meglio, molto meglio per tutti, se smettessimo di vederci. Un taglio netto e  basta. Finirla con questo gioco crudele.

Spesso mi propongo di farti un bel discorso. Serio, assennato e definitivo.

Invece poi non ne ho la forza.

Si ha un bel ripromettersi di essere superiori. Chissà, forse è la nostra condizione umana, no, meglio, animale, che ci trascina verso il basso.

Ma ha senso sentirsi superiori o inferiori in amore?

E dove sta l’alto? E dove il basso? Non so. Il disorientamento è totale.

Eppure i miei dubbi scompaiono all’istante quando ti vedo, o anche solo quando sento la tua voce. 

Ecco. Ci risiamo. La tua voce. Quella voce che è capace di darmi delle certezze anche quando di certezze non c’è l’ombra.

Sarebbe diverso se potessimo stare sempre insieme, credo. Io avrei la tua voce a portata di mano e mi sentirei tranquilla, al sicuro.

Dovrò davvero decidermi a girare con il registratore in tasca. E, sul nastro, incise poche parole, magari senza senso, come sai dirle tu, in un soffio, sussurrate nel confuso balbettio dei sentimenti. Incomprensibili. Dolcissime. Mie.

Se almeno potessi parlarne con qualcuno, raccontare come mi sento ad un’amica, forse il peso mi parrebbe meno gravoso. Invece no. Neanche questo. Il nostro è un amore clandestino, totalmente sconosciuto agli altri.

Totalmente nostro, correggi tu.

Eppure la sai una cosa? Questa segretezza che lo rende unico e indivisibile a volte mi fa dubitare della sua purezza.

Quanto mi piacerebbe poterti amare alla luce del sole! Con tutte le conseguenze negative che ne deriverebbero.

La mia formazione laica, che devo a mio padre, mi induce a pensare che non esistono atti impuri se non in funzione dei luoghi appartati dove nascondersi a commetterli. E allora , se, come dici, l’amore nobilita e rende puri, perché noi cerchiamo sempre solo luoghi appartati?

Forse la cosa migliore che potrei fare per noi sarebbe quella di sparire dalla tua vita. Uscire dalla scena senza far rumore. Credimi. Sarebbe l’unico modo per risolvere dignitosamente una situazione senza via d’uscita.

Del resto non credo che sarò capace di continuare in questo modo ancora per molto. Una decisione dovrò pur prenderla. E tanto più giusta quanto più dolorosa.

Se ci penso mi sento tanto triste.

Vedo passarmi davanti, in un lampo, tutta la nostra storia.

E, alla mia immagine, si sovrappone quella di un’altra donna. La donna che ha il grande privilegio di essere l’unica a poterti stare vicino senza doversi nascondere.

Mi tornano in mente, forti e struggenti, le frasi che usi per me con tutta la tenerezza di cui sei capace. Chissà se le avevi già dette a lei in un tempo che sembra infinitamente lontano. Chissà se, cancellata la mia persona, potresti ripeterle ancora al suo orecchio. E chissà se con lo stesso sentimento.

Ed è già rimpianto.

Poi, d’improvviso, il suono del telefono.

La tua voce.

“Non mi sento bene, tesoro. Esco adesso dal lavoro. Potresti venire a prendermi?”

Ed io, perdonami, sono stata contenta, troppo contenta di averti sentito per preoccuparmi della tua salute.

Ci ho pensato, naturalmente, ma solo dopo.

Ero troppo felice di non dover essere più sicura della mia decisione.

Seguivo istintivamente la tua voce.

Sono salita in macchina e sono corsa da te.

L’ho visto subito dalla faccia che non stavi bene.

Credo di avere la febbre, grazie per essere venuta mi hai detto.

Eri pallidissimo. Una goccia di sudore freddo che avrei voluto asciugare subito con un bacio ti imperlava la fronte e i brividi ti scuotevano.

Sono riuscita a non farti nemmeno una carezza, ma, ti assicuro, che fatica!

Comunque non mi è stato possibile conservare un’aria sufficiente e distaccata come mi ero riproposta.

Credevo che sarei stata più abile. Non so cosa dirti. Non ce l’ho fatta a trattarti freddamente.

Avevi uno sguardo supplichevole e tenero che non ti conoscevo.

Io  guidavo nel traffico della prima sera guardando la strada e te contemporaneamente.

A un tratto hai tirato fuori dalla tasca una mano grande, di uomo, e mi hai fatto una carezza su un ginocchio. E’ stata una carezza lieve, furtiva, rapidissima. Eh, già. Qualcuno che ti conosce, passando, avrebbe potuto vederci.

Invece, del tutto inaspettatamente, mi hai appoggiato la testa sulla spalla.

“Ti amo tanto, piccina” mi hai detto “non so come farei senza di te.”

 

Ecco la tua voce. Ecco l’unica certezza che mi dai. Ma si tratta davvero di una certezza? Non so.

So solo che di tutti i miei buoni propositi, di tutte le mie sagge decisioni, di tutti i miei discorsi assennati, non ti parlerò, almeno per oggi.

E, quasi sicuramente, neanche domani.

 

Giusi Bonacina