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GLI ALBERI DI FIORENZA

 

Fiorenza se ne sta seduta sulla vecchia savonarola che un tempo faceva parte dell’arredo dello studio di sua nonna; una volta tanto la giornata è trascorsa con ritmi meno frenetici, la ragazza accende con calma il minuscolo computer, dà un’occhiata alla posta e vede che qualcuno le ha inviato il bando di uno strano concorso, in bianco e nero, sul tema ”gli alberi” e “la città”.  Le sembra un po’ strano che si possano dividere così nettamente due argomenti tanto complementari, anche in un panino in genere c’è magari una fetta di prosciutto, oppure per mangiare un etto di prosciutto ci vuole comunque una fettina di pane, la ragazza non capisce bene in che termini gli organizzatori del bando vogliano che sia scritto il racconto, non sarà mica una faccenda ecologica? Non che l’ecologia non le piaccia, anzi, lei poi segue con precisione tutti i dettami delle raccolte differenziate, per buona pace dei pioppi scrive moltissime cose su pezzettini di carta incredibilmente piccoli, se riesce a fare l’albero di Natale non si sognerebbe nemmeno di ricorrere ad un pino vero, di quelli che fino a qualche anno fa trovavi a poco prezzo al mercato, destinati a rinsecchirsi morendo tristemente in un vaso, belli addobbati a festa con le lucine che scottano sugli aghi immobili e indifesi, con la ferita del tronco che diventa pian piano più scura, conficcata nel basamento di polistirolo bianco come la neve. 

 

Fiorenza non può fare a meno di provare ad intuire che probabilmente la cosa più dolorosa cui potrebbe pensare un piccolo pino senza radici piantato in un vaso, sia appunto alla mancanza della neve, quella soffice coperta silenziosa che per poche stagioni gli ha tenuto al riparo le radicine, mentre l’aria pungente gli faceva solletico dappertutto, davvero un bel sollievo dopo i lunghi mesi di arsura e i temporali improvvisi pieni di rumori, di buio, di strisce accecanti, di stupidi goccioloni pesanti come sassi, capaci di bucare le foglie delicate degli alberelli suoi amici diversi da lui. La seconda cosa molto brutta dev’essere quella di venire confinato su un balcone, da solo, senza neanche gli umani tutt’intorno, allora la neve intanto che muori è soltanto bagnata e gelata, l’aria sferza la corteccia delicata e le luminarie accese tutta la notte bruciano come ferite che non rimarginano mai.

 

Con una punta di rimorso la ragazza si ricorda che quando era bambina si recava tutti gli anni in un luogo pieno di pini diversi da quelli del posto in cui abita adesso, erano alberi molto grandi e in un certo senso fronzuti, di un bel verde scuro e brillante, con aghi doppi lunghissimi e molto flessibili; lei passava ore a staccare piccoli ramoscelli, da cui toglieva con cura gli aghi, insieme ad una specie di calicino bianco che avvolgeva la base dell’ago quando era attaccato al tronco. Poi, insieme alle amiche, strappava con destrezza un ago dall’involucro, e piegava a goccia l’altro, con la punta bella profonda nel punto esatto da cui era nato l’ago gemello, e così, di goccia in goccia, intrecciava magnifiche e fragilissime collane; chi aveva i buchi alle orecchie si adornava di lunghi pendenti, che però cedevano subito se appena si scuoteva la testa un pochino più forte.

 

Allora le sembrava un bel gioco, in fondo per lei gli alberi erano appunto dei grossi giocattoli, erano pochi quelli cui demandava il ruolo di amici alla pari; forse gli ippocastani, quelli che stavano in tanti in un grande giardino della città in cui era cresciuta. Le piacevano le grandi macchie biancastre, quelle nocciola chiaro e quelle marroni più scure, disegnate ad arte a picchiettare i tronchi giganteschi ed anche le radici  bitorzolute, che, prima di addentrarsi nelle profondità del terreno, si protendevano fuori dai loro aiuolini, piene di nodi e di giravolte ad invadere l’asfalto del vialone principale e dei vialetti laterali che lo affiancavano come paggetti.

 

In autunno i “Pippocastani” diventavano utilissimi: i bambini, che, fuori dalla pista consentita, si lanciavano come bolidi sui loro schettini, se cadevano si ritrovavano ad atterrare su un frusciante e spesso giaciglio di foglie enormi, maculate di giallo e di arancione, mischiate ai ricci senza aculei che contenevano le castagne matte, più grasse e lucenti di quelle commestibili. Nel primo pomeriggio i più temerari, prima che passassero gli spazzini con il trenino dei bidoni e le lunghe scope di saggina ad alleggerire i mucchi delle foglie, con un gran stridio di rotelle facevano a gara a buttarsi là dove le radici si allargavano accoglienti, come se contenessero cuscini multicolori, molto migliori di quelli veri; e se il tuffo andava bene, se non c’era troppa ressa, qualcuno si attardava, sdraiato sudato e felice sul suo tappeto vero, a guardare da sotto in su per cogliere uno spicchio di cielo attraverso l’intrico dei rami di quegli alberi giganteschi, immobili e rassicuranti compagni di avventure nel verde cittadino.

 

Adesso Fiorenza è cresciuta, la casa dove vive si trova in campagna, e tutt’intorno è circondata da alberi, i suoi e quelli delle case vicine; la zona dove abita lei è frazionata in tanti giardinetti più o meno equivalenti, tutti separati da reti, cancellate e muretti, e le siepi di alloro sembrano finte tanto sono ben tagliate e belle dritte, senza neanche una foglia fuori posto. E’ molto raro sentire voci di bambini che giocano fra gli alberi, sembra che la villetta col prato serva unicamente a degli adulti mangioni e goderecci per imbastire grigliate domenicali, accompagnate da un rincorrersi di voci che si alzano troppo di volume, mentre crasse risate echeggiano nell’aria e gli odori del cibo si diffondono acri insieme alle volute di fumo: terminata la baldoria il silenzio ritorna sovrano sui recinti privati, allora è più facile sollevare lo sguardo, girare lentamente la testa e lasciar scorrere gli occhi sul verde spontaneo che circonda a sua volta tutte quelle casette costose adornate di verde pregiato.

 

A  Fiorenza non importa più che tanto ricordare tutti i nomi di tutti gli alberi che spuntano dappertutto, da soli od in gruppo, con forme e colori talmente diversi, lascia che lo sguardo si spinga ancora più su a cogliere macchie scurissime di abeti selvatici; lontano, là in alto, la memoria ritorna a passeggiate nei boschi che sembrano quasi remote nel tempo, adesso gli orari precisi e gli impegni assillanti sono l’unica corsa quotidiana, che finisce col tagliare le gambe. C’è da dire, però, che in attesa di tempi migliori, perlomeno, studiando bene la prospettiva, in quei giardinetti, quegli scampoli di parco privati, ciascuno potrebbe addobbare a piacimento il suo pino, e guardarselo, mentre sbarluccica, seduto in poltrona; e che il pino, anche solo, nel prato, se ne può star lì bello sicuro, magari un po’ scocciato da tutti quei sibili e da quelle grosse biglie colorate e calde che si porta addosso, però le radici sarebbero intatte, e le feste a comando per fortuna finiscono presto… Il legno stagionato dalla piccola savonarola scricchiola lamentoso, il sedile è piccolo e rigido, i colori vivaci  dell’autunno si sono spenti, ingoiati dal buio. Fiorenza si alza, chiude svelta le imposte e i ricordi svaniscono, nella stanza solitaria con vista rimane solamente  l’emozione di un pensiero errabondo e fugace, da tracciare per qualcuno sopra un foglio di carta.       

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Il disegno è di Penny Parker