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L’anziana signora si è appena assopita con la testa appoggiata su di un grande cuscino a fiorami, gli occhiali sono scivolati sul grembo, ancorati all’antica catenella d’argento, il giornale si è infilato fra il cuscino e il bracciolo della vecchia poltrona di pelle stile fraü. La badante apre cauta la porta e sorride: la signora Giovanna è la paziente migliore che le sia mai capitato di dover accudire, ha un carattere dolce e ricorda ogni cosa, tanto che, quando parla di storie remote,  ci si perde ascoltando parole che hanno dentro una musica tutta particolare. Certamente Giovanna ha avuto una grande fortuna,  riuscire a trascorrere gli ultimi anni in famiglia, avendo vicino la figlia, un genero d’oro e una bella nipote, affettuosa ed attenta alla nonna, quasi quasi perfino gelosa, come fosse una bambola di sua proprietà. E’ l’ora del tè, la badante ha fatto pochissimi passi, diretta alla finestra per tirare le tende, quasi in punta di piedi, e Giovanna spalanca gli occhioni di un nocciola dorato: “Nella, cosa fai..che ore sono…mia figlia? “

 

“ Sua figlia non è ancora tornata, sua nipote è in taverna, a mettere in ordine…ieri sera sono venuti gli  amici, si sa…suo genero è già arrivato e adesso è in garage, sta aggiustando qualcosa…”. Giovanna dice subito quel che ha da dire:” Sono matti, tutti e tre, sempre in ballo, la ragazza almeno è giovane, ma quegli altri non sono più due bambini, lavorano troppo….non ne vale la pena, meglio avere una casa più piccola e andarsene a spasso …ma in fondo, perché brontolo? Per me, tempo ne trovano, e  se abitassero in un bilocale non avrebbero posto. Da vecchi, quando si è lavorato per tutta la vita, bisogna diventare un briciolino egoisti, io i consigli glieli do, poi facciano loro, io non posso preoccuparmi per tutti come ero capace di fare una volta…per fortuna, devo dire, la sostanza ce l’hanno, sono bravi, e mi vogliono bene, lo so, quasi quanto ne voglio io a loro. Solamente, non vorrei che si stancassero troppo, la vita scorre in un soffio, e poi non ci sono rimpianti o lamentele che tengano.  Sai, Nella, siamo state io e mia figlia a ideare questa casa, con l’appartamentino di sopra, casomai  io o mio marito ne avessimo avuto bisogno, soprattutto da anziani…Mio marito, poverino, era solito dirmi che toccava a lui di andarsene per primo, non voleva rimanere da solo, coi suoi guai di salute e col carattere che si ritrovava, un po’ orso; e così è capitato, e adesso io sto qui, coi miei quattro ricordi. Certo che qualche volta avrei voglia di vedere qualche persona della mia età, non è facile incontrare quei pochi che sono rimasti…amici, parenti, ormai non ci si muove da soli, si dipende dagli altri…”

 

Nella la lascia meditare e va nella saletta a preparare il vassoio, prende dalla credenza una bella tovaglietta ricamata, passa nel cucinino, prepara i biscotti in bell’ordine su un piattino dai disegni azzurrognoli e ritorna nella camera da Giovanna. Questa è l’ora dedicata alle chiacchiere, e Nella si siede, rilassata, chissà quali saranno gli argomenti di oggi….dopo poco la signora comincia: “Sai Nella, nel prossimo agosto, se sarò ancora al mondo, compirò ben 88 anni, mi sembra incredibile… adesso non riesco neanche più a prendere in mano un ago, o l’uncinetto, ma quand’ero bambina ricamavo, dalle suore. Questa tovaglietta l’ho disegnata io, col punto gigliuccio tutt’intorno, insieme a mia sorella Rolanda, che aveva due anni più di me.

 

Noi bambine, a quei tempi, finita la scuola, andavamo dalle suore del paese vicino che ci facevano terminare i compiti, ci davano la merenda e se avanzava del tempo ci insegnavano a fare i ricami. Era l’epoca in cui le ragazze  si facevano ancora il corredo da sole. Nonostante i molti  traslochi non mi sono mai persa  le più belle  lenzuola che aveva ricamato mia mamma, si chiamava Ines,…bèn… lei sì,  poveretta, aveva veramente dovuto ricamarsi  lenzuola, salviette, tovaglie, persino la camicie da notte. Eppure, non che fosse ricca, ma stava bene; usava così, le donne dovevano anche saper ricamare. La sera veniva il fattore a prenderci col calessino e tornavamo a casa, ad aiutare la mamma ad apparecchiare la tavola. In famiglia si era in tanti, la cucina era grande con un lunghissimo tavolo rettangolare e i posti erano assegnati secondo un’etichetta precisa. Qualche volta noi bambini, se i grandi parlavano di cose importanti, dovevamo mangiare in anticipo, e le donne in genere, servivano a tavola gli uomini e stavano zitte, o parlavano solo se interrogate. Mi ricordo che nelle stagioni di mezzo ci mettevano il prete nel letto…”. Giovanna si interrompe, la domanda di Nella le mette addosso allegria, così ride, prima piano, poi prorompe in una larga risata contagiosa: “ Noo, macchè sacerdote.. sciocchina… il prete era un marchingegno buffissimo, una specie di slittino con al centro un paiolo pieno di braci ardenti, così noi, una  volta lavati e in camicia da notte , ci rintanavamo al calduccio ciascuno al suo posto e non c’era pericolo che scappassimo in  giro.  Ma poi è venuta la guerra, le donne regalavano l’oro alla patria e i ricami sono andati in disuso, mi sono rimaste pochissime cose, dei cimelî come questo…Non ti credere, la storia la leggi sui libri, ma è diverso trovarcisi dentro, le tragedie che succedono oggi succedevano pari pari anche allora….ricordo che a una zia, la Benilde, per le solite vendette che si fanno subire a chi ha perso la guerra, hanno preso il marito, gli hanno fatto scavare da solo la fossa e poi gli hanno sparato, dopo avere bruciato la casa.

 

Quanti centrini ha dovuto ricamare la zia per tirar su i bambini! Menomale che aveva imparato…e anche quanti tortellini ha dovuto sfornare, e non per la sua tavola, ma per conto di un buon ristorante, vicino alla grande città. E io in tempo di guerra per andare  a insegnare prendevo dei treni su cui c’erano ben altro che cimici! Stavamo seduti su delle panchette dentro i carri che servivano per trasportare il bestiame….che tempi! Anche allora ci sarà stata l’asma, ma nessuno le dava importanza….e poi, finita la guerra, chi stava in città di domenica pedalava per andare in campagna, a raccattar la farina, e un pezzetto di burro durava dei mesi! E se avevi una stanza in coabitazione con uso cucina, se pioveva dal tetto ci volevano le bacinelle,e a vuotarle aspettavi che fosse libero il bagno!…Mio marito la sera metteva i cartoni a sigillare le finestre….a proposito di acqua, quella perdita allo scarico? Ma quand’è che viene l’idraulico? ..Sai, la notte, quando sgocciola, la parete del bagno è di fianco alla camera….adesso di anni ne ho quasi 90, e il sonno è leggero…..cosa c’è?”. “ Signora Giovanna, non si deve stancare…è tardi, sono quasi le sei, devo andare a preparare la cena, fra poco sarà qui anche sua figlia, sento che sua nipote sta salendo, io la lascio…..vado a mettere il prete nel letto! Ne ho imparato una nuova!”.  Nella si allontana ridendo, ride anche  Giovanna, con quelle sue risatine particolari, prima in sordina, più volte, poi riunite in un’unica larga risata che trascina gli astanti a far coro con lei. Contenta, Giovanna si riassesta gli occhiali sul naso, vuole che la nipote la veda mentre legge il giornale, nel suo bell’angolino prezioso lei è sempre riuscita a tenersi aggiornata. 

 

Ione Vernazza  

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