Umani

di

Gianluigi Lancellotti


Trincea. Notte.

 

Finalmente lo sento arrivare questo sonno benedetto, ma è fatto di bocche spalancate, cadaveri riversi, corpi smembrati, e…un urlo lontano.  Mi segue, mi rincorre, mi acchiappa. Apro gli occhi, cazzo no, mi ha svegliato un’altra volta. E’ quello là, quello ancora vivo, dev’essere nascosto da qualche parte, buttato in uno di quei crateri, incapace di muoversi, ma gli è rimasto un gran fiato, tutto il fiato di questo mondo, e manda il suo grido straziante, disumano, a intervalli regolari. Scommetto che nessuno riesce più a dormire qua dentro. Tra un po’ mi verranno a cercare, ne sono sicuro; anzi sono già qua; sento parlottare, «…gira a sinistra, subito dietro le bombe da mortaio.» Intuisco tra un passo e l’altro.

Uno scarpone mi scuote. Faccio finta di niente, rimango accovacciato, la testa appoggiata allo zaino, ma quello insiste. «Devi andare là fuori e farlo smettere.» E’ Franzoni il nostro sergente, lo riconosco dalla voce. Con lui ho confidenza, ne abbiamo fatte di offensive insieme. «Affanculo,» rispondo «vacci tu.»

«Siamo tutti svegli, nessuno riesce più a dormire.»

«Scolatevi un altro po’ di grappa.» Ringhio.

Non risponde, gira sui tacchi e se ne va piegato in due. Forse l’ho sfangata.

Questa volta mi ci metto d’impegno, sono quasi addormentato quando di nuovo un piede mi scuote, «Che cazzo…» Mi giro rabbioso.

«Il capitano ti vuole a rapporto, immediatamente.» M’intima Franzoni.

«Brutto Stronzo.» Sussurro tra i denti tirandomi su.

«Se continui così finisci davanti alla corte marziale.» Fa lui

«E tu con una pallottola nella schiena.» Contraccambio io.

Rimane zitto, so che mi teme. Così mentre percorriamo la trincea tutti curvi gli rincaro la dose «Questa me la paghi bastardo, domani guardati alle spalle.»

«Se sarai ancora vivo.» Ghigna.

 

 

Mi trovo nel bunker ufficiali, ritto davanti al capitano, anzi non proprio davanti, ma tutto spostato da una parte, di sbieco, accanto alla stufa. Il capitano non s’infuria, non mi ordina di mettermi sull'attenti al centro della stanza. Brutto segno.

«Senta Grimaldi, lo sa vero perché l’ho fatta chiamare?»

«No.» Affermo deciso.

Un’impercettibile contrazione gli attraversa il volto; Boniver si chiama, capitano Boniver, ma riprende subito il controllo, fa finta di niente, in un altro frangente mi avrebbe spedito a pulire latrine, invece adesso sorride tutto compiaciuto; giuro, al posto di quel sorriso mille volte meglio le latrine.

«Deve andare a chiudere la bocca a quel disgraziato. Domani voglio una truppa pronta al combattimento e non dei rammolliti morti di sonno.»

«Signor capitano, è… è… un suicidio» Balbetto mentre sposto il peso da un piede all’altro, la testa china, a fissare il pavimento «ho la licenza pronta… sa dopo sei mesi filati …già firmata dal colonnello, ancora tre giorni…poi finalmente… mia moglie e mio figlio…, capisce.» Mi sorreggo al mio moschetto 91 perché il parlare in quel modo mi ha fatto venire su un gran magone, e sento le gambe molli.

Il capitano si alza paonazzo in volto «Della sua licenza me ne strafotto, lei deve andare là fuori e far smettere quel disgraziato, è un ordine, ha capito! Se rifiuta la deferisco alla corte marziale! La faccio giustiziare!. E la smetta di appoggiarsi al fucile, qui sull’attenti, davanti a me!»

«Sì signor capitano! Agli ordini signor capitano! Certo signor capitano!» Scandisco chiaro e forte scattando come un automa. Lo so, lo conosco questo bastardo dai baffetti impomatati, mi farebbe fucilare così su due piedi come se niente fosse, è già capitato, ma giuro una pallottola non gliela toglie nessuno, neanche a lui.

«E si porti quella recluta che le sta sempre appiccicata al culo… Minghetti, si ecco Minghetti.»

«Signor Capitano posso benissimo farcela da solo…» Protesto.

«Bastaaaa….!!! I miei ordini non si discutono!  Lei deve solo ubbidire, ha capito!!!?.»

«Sì signor capitano! Certo signor capitano! Agli ordini signor capitano!» Ripeto tutto impettito battendo i tacchi.

«E adesso vada, e se tornate che quello là fuori è ancora vivo vi accoppo con le mie mani, qui sul posto!»

«Si signor capitano! Agli ordini signor capitano!… Affanculo signor capitano.» Sbiascico sulla soglia poco prima di uscire. So che ha sentito e che adesso sarà viola dalla rabbia, ma ormai cosa può fare contro un morto che cammina?

 

 

Mi portano Minghetti, è pallido e trema,  non ha ancora diciannove anni, ed io che ne ho ventitré ma con due anni di guerra in più sulle spalle sembro già suo padre. Tremo anch’io, ma riesco a controllarmi che se capisce che ho paura quanto lui ci mettiamo tutti e due a piangere come bambini.

«Siamo fregati, vero?» Chiede tutto rigido, la faccia tirata che sembra un teschio.

«Non è detto.» Ma la mia voce suona poco convincente anche a me

«Quel bastardo perché non la smette?» Domanda continuando a scrutarmi.

Anche nella penombra, non c’è niente da fare, la faccia da morto vivente non si cancella, così lo prendo per il bavero e lo scuoto di brutto, con cattiveria.«Adesso basta! Abbiamo una missione da compiere! Dobbiamo pensare solo a quello, hai capito!?»

«Certo…certo… ho ..capito.» Mi fa lui balbettando sorpreso dalla mia reazione.

«Gli austriaci là fuori, sono precisi, non fanno mai niente per caso.» Così dicendo sollevo la manica e pulisco il vetro dell’orologio da polso,un cronometro automatico Longiness che spacca il secondo, l’ho preso ad un ufficiale austriaco, di quelli a cui ho risparmiato un sacco di sofferenze. Controllo i lampi di luce lattiginosa dei riflettori che, sopra le nostre teste, si diffrangono nel pulviscolo di questa pioggiarella maligna; hanno un loro ordine, anche se a prima vista non si direbbe.

«Prepariamoci!» Lo avverto e intanto tiro su manate di fango e comincio a cospargere Minghetti. «Ma che fai? Non ho già abbastanza freddo.» Protesta.

«Affanculo il freddo, dobbiamo mimetizzarci.» E non gli risparmio nemmeno la faccia. Quello sputa e bestemmia.

«Adesso anche a me» Gli ordino.

 

Sembra provarci gusto, sputo terra e sassi, anch’io. Bene comincia a reagire, è meglio un fante incazzato che uno paralizzato dalla paura. Poi lo afferro per le spalle fissandolo dritto negli occhi «Ascoltami non sono ammessi errori, quando dico “fuori” usciamo dalla trincea, avremo quindici secondi per strisciare nel buio, tu dietro, poi immobili per un minuto, sette secondi di oscurità per avanzare, poi due minuti fermi, dodici secondi per avanzare, poi tre minuti fermi, quindici per avanzare, poi di nuovo da capo. Capito.»

«Certo.»

«Ripeti.»

«Usciamo, quindici secondi, buio, avanziamo; poi un minuto luce, fermi; sette secondi buio avanziamo; due minuti luce fermi, dodici buio avanziamo; tre minuti luce fermi, quindici buio avanziamo; poi da capo. «

«Perfetto, Bravo!» Lo incoraggio con una gran manata sulla spalla.

«Sei pronto?»

«Pronto.» Risponde mettendosi il fucile a tracolla.

Sbuffo sconsolato, è così che queste reclute si fanno ammazzare come tante mosche.

 

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July 17, 2002