Eugenio Montale 

Arremba su la strinata proda

le navi di cartone e, dormi,

fanciulletto padrone: che non oda

tu i malevoli spiriti che veleggiano a stormi.

 

Nel chiuso dell'ortino svolacchia il gufo

e i fumacchi dei tetti sono pesi

l'attimo che rovina l'opera lenta di mesi

giunge: ora incrina segreto, ora divelge in un buffo.

 

Viene lo spacco; forse senza strepito.

Chi ha edificato sente la sua condanna.

E' l'ora che si salva solo la barca in panna

amarra la tua flotta fra le siepi.

 

 

Portami il girasole ch'io lo trapianti

nel mio terreno bruciato dal salino

e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti

del cielo, l'ansietà del suo corpo giallino.

 

Tendono alla chiarità le cose oscure

si esauriscono i corpi in un fluire

di tinte: queste n musiche.  Svanire 

è dunque la ventura delle venture.

 

Portami tu la pianta che conduce

dove sorgono bionde trasparenze

e vapora la vita come essenza;

portami il girasole impazzito di luce.

 

 

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato

l'animo nostro informe e a lettere di fuoco

lo dichiari e risplenda come un croco

perduto in mezzo a un polveroso prato.

 

Ah l'uomo che se ne va sicuro,

agli altri ed a se stesso amico

e l'ombra sua non cura che la canicola

stampa, sopra uno scalcinato muro!

 

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti, 

sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.

Codesto solo oggi possiamo dirti,

ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

 

 

Godi se il vento ch'entra nel pomario

vi rimena l'ondata della vita:

qui dove affonda un morto 

viluppo di memorie

orto non era, ma reliquiario.

 

Il frullo che tu senti non è un volo

ma il commuoversi dell'eterno grembo;

vedi che si trasforma questo lembo

di terra solitario in un crogiuolo.

 

Un rovello è di qua dall'erto muro.

Se procedi t'imbatti

ti forse nel fantasma che ti salva:

si compongono qui le storie, gli atti

scancellati pel gioco dal futuro.

 

Cerca una maglia rotta nella rete

che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!

Va, per te l'ho pregato, - ora la sete

mi sarà lieve, meno acre la ruggine...

 

 

Forse un mattino, andando in un'aria di vetro

arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:

il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro

di me,  con un terrore di ubriaco. 

 

Poi come su uno schermo, s'accamperanno di gitto 

alberi case colli, per l'inganno consueto.

Ma sarà troppo tardi; ed io me ne andrò zitto

tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

 

 

Dicono che la mia 

sia una poesia d'inappartenenza.

Ma s'era tua era di qualcuno;

di te che non sei più forma, ma essenza.

 

Dicono che la poesia al suo culmine

magnifica il Tutto in fuga,

negano che la testuggine

sia più veloce del fulmine.

 

Tu sola sapevi che il moto

non è diverso dalla stasi,

che il vuoto è il pieno e il sereno

è la più diffusa delle nubi.

 

Così meglio intendo il tuo lungo viaggio

imprigionata tra le bende e i gessi.

Eppure non mi da riposo

sapere che in uno o in due noi siamo una sola cosa.

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