Fuori dal coro

 di Marco Saya

 

Mi ricordo di quando gli occhiali
erano un lontano ricordo e la vista
già sfocata dalle pellicole della vita
rendeva meno amaro il contorno e
l’incipiente cecità mi rendeva felice.

Semplicemente il tempo precipita
da quella carrozzella in cui adagiato
guardavo il girotondo di farfalle e
un carillon anticipava il metronomo
che a 250 all’ora come un cuore impazzito
scoppiava semplicemente...

Ho ancora la voglia di riflettere in un
angolino nascosto dallo sguardo di sconosciuti
che non capiscono il cammino di chi vuole
solo (a piedi nudi) calpestare l’erba e sentirne
il profumo di un aratro che passa.

Perchè è così difficile
del tutt’uno afferrarne il senso
e gridare al mondo che esiste
(Esisto) ma il mondo non ascolta?

Sento di morire a poco a poco...
Tanto ci mettiamo poi che ci si
mette di mezzo questa maledetta
tecnologia di cavi e tubicini non più
rigettati da un corpo che assorbe un ‘immortalità
non desiderata.

Vorrei cambiare luogo
Vorrei cambiare logo
Il marchio mi brucia
Vacche profanate e
un tir ci conduce sull’autostrada.
 

Un poeta scrive con la penna che
trema per il dire sicuro di cose tra
la diffidenza differenza di spessori
e l’accetta li rende così uguali.
La nevrosi mi affascina
Penso di essere sopra
Sopra a tutti passano i pensieri
Non incrocio menti
Forse sono a dormire

è proprio vero!

Invecchiando torniamo crisalidi
un pò cretine e la saggezza
l’abbiamo lasciata alle spalle.
Un bambino ci ricorda che dietro
l’angolo c’è uno scivolo e
l’altalena ci illude per un attimo.
 

C’è troppa violenza per le strade
C’è troppa guerra di parole e di fatti
C’è troppa cattiveria - in giro –
figlia di un padre egoista e di
una madre puttana che ha venduto
il proprio latte a vitelli clonati.

Non vi dovete stupire se affermo che
credete di vivere nel benessere di una truffa
usuraia che vi chiederà tassi sempre più alti
e trascinerà i poveri resti nel limbo bivio
bivacchi di barboni che vi nutriranno per
l’ultimo pasto.

Se dovessi rappresentare il tempo che vivo
sarei imbarazzato nella scenografia di una
parete bianca che avvolge quattro cocci
di bottiglia lasciati lì per caso da uno sprovveduto
il cui alito confonde l’ordinaria puzza.
 

Comunico senza tanti fronzoli
Scappiamo da questo scempio
Distruggiamo il non senso
Torniamo a essere normali
Nella pazza incredulità
riprendiamoci gli oggetti smarriti...
 

L’altro giorno camminavo e camminavo
Nel frattempo riflettevo e consideravo
Tra un passo e l’altro lo sguardo chino
cercava una giustificazione del presente;
giaceva sul ciglio della strada aspettando
il rosso del semaforo,
occhio di un io-Dio ferito e morente.
 

Da bambino non mi ricordo di
giochi di balocchi con una Madre.
Tante Madri attorno a me mi
accompagnavano nel rituale di
marciapiedi battuti da altri bambini
per raggiungere la scuola più vicina
dove Madri diverse ci educavano
al disegno di un acquarello che
non conoscevamo ma la tavolozza
ci aiutava a edificare i colori di
future vite dai contorni sfumati e irriverenti.
 

Sento che sono tempi difficili,
duri da accettare per un tiepido
piatto di minestra alla sera quando
le brutture della vita rimbalzano dallo
schermo su i nostri occhi (non più stupiti)
e la digestione tarda a venire come
l’amore che fugge e non vuole più
incontrarci.
Talvolta penso alle periferie,
favelas costellazioni di poveri
che non hanno un sole che li
possa riscaldare,
che non hanno una notte
che li accompagni nel lungo sonno,
che non hanno nulla che
li possa convincere a restare.
Solo un pallone sgonfio
regala un sorriso al piccolo
ragazzino che gioca la sua partita.
 

Perché devo leggere i grandi del passato?
Perché devo scrivere di paradisi perduti?
Perché non vivo il mio presente?
Perché cammino cieco e la paura dei nostri giorni
arretra la storia che insegna a essere giudicata dopo?
E’ questo? Dobbiamo aspettare cinquant’anni per
rappresentare questa merda di tempo che pretende
da subito cantori coraggiosi e non carte truccate
di un poker-strip e i vestitini non si
scrostano dal corpo?
 

Ora so!
Il fiore non guarda la natura
Le stagioni gli hanno rovinato
la festa di quel dì quando gioioso
scherzava con l’amico Sole che
gli ha ora voltato le spalle per un’aria
nuova, melodia dispersa di polveri
(quali?...non importa...) che, salite
al suo cospetto, reclamano l’oscuramento.
 

La mattina inizia il dramma di un atto
così scontato e povera arte minimale
nei gesti di un fantoccio pedone che
si reca nei bordelli dove la recita di sè
plaude il significato privato dalla vita.

Mi piace improvvisare quel poco
che rimane dell’esser libero...
La scelta di una brioches e un cappuccio
quand’è caldo e con la schiuma.
 

Talvolta suono la chitarra,
talvolta il pianoforte,
talvolta il basso,
sempre le percussioni,
un’armonica a bocca
quando penso a una pelle diversa.
Sono bianco, pallido,
l’anima nera è sempre lì...,
un colore nascosto,
urla sommesse e strozzate
vogliono gridare ma non possono:
l’involucro bianco reprime la libertà!
 

A cinquant’anni ti rendono la vita complicata
Cominci a puzzare e il pesce lo pulisci male
Non sai più in quale pescheria soggiornare!
Per un drink ti guardano male perché non sei più un bianchetto...
Ti tolgono gli spazi, le panchine sono già occupate dai vecchi,
sul bus non c’è mai posto a sedere, l’ufficio diventa un bughigiattolo,
la donna ti lascia per uno più giovane e i figli ti chiedono i soldi.

Poveri stolti!

A cinquant’anni mi rendete la vita più semplice
Libero...
Di essere solo
Di pensare
Di andare alla deriva con l’accompagnatore di turno
Di dire di NO
Di crepare come voglio!

Sta per succedere che apro il frigo,
vuoto spessore di bianca plastica.
Riempio il mio teschio anche Lui
vuoto e aspetta la prossima volta.
Sta per succedere che scendo dal letto
Le pantofole in bagno sorreggono
l’anoressico smaltimento di rifiuti.
La lampadina ha i fili scoperti
Sta per succedere che la notte
anticipi i ritmi di un dopo come un altro.
Mi sveglio quasi subito
Tempo buttato via...
 

C’era una volta il poeta e scriveva
del suo tempo intriso di emozioni.
C’è oggi un poeta che scrive del
c’era una volta perché il tempo
è sempre quello e le emozioni
aspettano da qualche parte.
 

Rinnego il cammino

tra la puzza del rifiuto.

E non vedo l’incrocio

annebbiato dai tombini.

Il calore di un termosifone

accresce la sinfonia di

bipedi dallo sguardo giù.

Mi dico!

Ricominciamo il folle gioco

di passi ovattati e la paura

disturba il consueto rituale.

(consuma la fretta

di dire le solite cose)

Il quartiere osserva

(dice e non dice)

Cela e libera il galeotto,

sperduto s’aggira

e ,al successivo incrocio,

s’arrende.

 

Quante facce isteriche

ti strombazzano ai semafori,

ti urlano negli uffici.

Fretta di concludere tra le lenzuola!

Sputano per terra

Ti ruttano in faccia

Facce maleducate

Facce gonfie

Il silicone le ha, ora, deturpate

 

L’inquilina mi sorride uscendo di casa con la borsa della spesa

Il marito dell’inquilina mi sorride uscendo da un bordello di Viale dei Mille

E io sorrido...perché li vedo entrambi felici...

 

Forse ricordo di essere stato bambino,

di avere un fratello lontano,

un amore importante.

Breve eclisse di luna piena

Breve stagione autunnale

Poco il tempo per pensare

di essere, come sempre,

solo con il mio bicchiere

griffato Rosenthal e di...cristallo...

 

Lesso misto di lingue biforcute

Pollo al sangue con un pizzico di curry

Patatine salate fritte nell’aria inquinata

Acini d’uva su un piatto vuoto

Acidità di stomaco

Improvvisamente vomito

Mi sveglio di soprassalto

Ora ricordo

Ho sognato un’intellettuale

 

Rispetto, amore, educazione, senso della famiglia...

Mio Dio, sto male...che cosa ho mai  sniffato stamattina?

 

Mi sento (sempre) fuori dal coro di chi

ha fatto della consuetudine il minore

dei mali quando le vere pecore pascolano

libere e il fattore assorto si riposa e le guarda

fumandosi una sigaretta tra la pace della natura

 

Questa sensazione di precarietà...

Forse è tempo di andarsene.

La vita ? un giocattolo inutile!

Quando si inceppa il meccanismo

è tempo di cambiarlo o di cambiare

la pila e la durata dipende dal

consumo che ne fai e non sai

mai perché l’altrui giocattolo

è sempre il più bello.

 

segue a pagina 2

 

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