Io e la poesia

monologo di Marco Saya

 

Due parole per dire…

 

Che ho sempre pensato che la poesia

potesse essere di tutti, universale e

non degli imitatori degli imitatori

 

Che potesse essere come il Jazz

un’improvvisazione che approdi là

dove non è mai ben chiaro...

 

Come le nostre vite

Pronte a essere spezzate

ora o dopo o quando...

 

Come il gusto eterno di due note semplici

un lamento blues di B.B. King

una poesia nera e vera

Il vissuto nel sangue

nel ricordo di bianchi traghettatori

caronti di nuovi inferni in terre lontane...

 

Ho sempre pensato che la poesia

non dovesse essere l’interpretazione

più o meno riuscita di

uno spartito del Carulli

di una sinfonia di Wagner

le pause di Satie così

studiate con gli intervalli

ubbidienti come tanti soldatini

pronti a immolarsi per una musica assente

(Le pause appartengono a tutti)

 

La poesia... un monopolio di sigarette

Sempre le solite, marlboro o gitane

Che differenza fa?

Con il filtro o senza?

Nuocciono gravemente alla salute...

C’è  scritto, un cancro e puff!

Peccato che ci sia il fumo passivo...

Lo dobbiamo subire anche all’aperto!

Ma hanno la vita breve, la legge punisce

i trasgressori

Si...

Ma che li  punisca!

 

Ho sempre pensato che la poesia fosse

nell’aria inquinata che respiriamo,

nella vista rara di un bel tramonto,

nell’amore ancora più raro per una donna

 

Tra i fondi di un bicchiere colmo di vino

Tra le parole che si fanno adulte

nelle conversazioni mute di due amici

e non in qualche salotto spelacchiato o

spazio ammuffito e buio

come buie e grigie le scuole

in cui studiavo con il marcio

del legno che puzzava e la

maestra che puniva la mia mano

“maledetto mancino” che il

Diavolo ti abbia in gloria schernito

da saccenti compagni che mi tiravano

le noccioline come giovane cucciolo in

gabbia  dietro una vecchia lavagna

logorata e scrostata dal tempo che non l’ha

Perdonata – la maestra – il diavolo l’ha poi accolta in gloria!

 

Jimi, un maledetto mancino nero,

ha cambiato le sorti della musica

Una poesia diversa che ha sconcertato

le solite bolle di sapone appesantite

dalla paura di dover cedere il passo ai

soliti extra-comunitari...

 

Hai sempre avuto ragione , caro Hank,

a disprezzarli - non sono cambiati -

Sono sempre loro!

Affluenti di un fiume

arido,in secca,sterile,senza pesci,

moribondi in attesa d’acqua...

 

Quest’acqua che scarseggia

Il tempo cambia e

le previsioni non sono buone

Sole a volontà...

 

Immagino le rive di questi ruscelli,

ai lati file di banchi

e banchieri che si guardano

e non dicono

non possono dire

manca l’acqua

 

I pesci non passano

...e che cosa potrebbero dirsi...?

Prendono un libro di storia e ricordano

come era e...

come non è più

 

La storia si crea nel suo divenire e

non può essere copiata

(Impostore)

 

La poesia inizia a fluire , prima lenta

poi le rime proseguono il cammino

del respiro diverso dal tuo

 

Tossisci ora...

la nicotina ti fa male!

 

Ho sempre pensato che la Poesia

fosse in uno sgualcito poster di un bar

la Marilyn tappezzeria di un TIR

inginocchiata con le calze a rete di

una nera che ti prende il coso e te

lo succhia sino a farti male male

 

Maledizione di una vita a senso unico

Unico modo di uscirne anticipare il saluto

prima che qualcuno ti stenda un bel

lenzuolo bianco immacolato e lavato

con l’orsacchiotto ammorbidente

 

Che cazzo!

 

Non mi è mai piaciuto quell’ammorbidente...

 

Come quelle donne che indossano quel profumo

così borotalcato che ti prende la testa  e ti fa

vomitare e l’ascensore in cui sei chiuso con lei

vomita assieme a te...ma anche questo..è poesia!

 

Due parole per dire...

 

Che mi sbagliavo e mi sono sempre sbagliato!

Poesia è l’esatto contrario della mia proiezione

al potere di un immaginario

fatto di scatole vuote da riempire

di segatura che si appiccica alle scarpe e

non ti molla sino a sera

quando ti sfili le calze bucate

col pollice che ti guarda e impreca

prima di darti la buonanotte

 

Poesia è la sveglia delle sette con contorno di un corpo

che gesticola la propria inutilità seguita da un tiepido

cappuccino e la brioche sbriciola sul pavimento

prima di entrare nella casa della mafia dove stacchi

il ticket agnello sacrificale nel mattatoio dove otto ore

passano spavalde tra l’imbecillità di sparuti avvoltoi

 

I miseri resti mi porto via – parte della carcassa –

prima di congelarmi nella veglia del sonno dopo

una bresaola insaccata tra la celluloide di

pupille riflesse nella data di scadenza

 

Io mi addormento sotto il cuscino dipinto

TV Color di un canale di troie che danno

numeri solo numeri e tanti una cascata che si interrompe

e sbaglia il dito stanco da tanta complicazione per

ricominciare a caricare la pila del giorno dopo in

un gioco che ripete la poesia del reale

 

Io e la poesia...

 

Le stagioni non sono più le stesse

Il tempo fa le bizze

Esattamente come Noi

Bizzarri rosicchiamo

Avanzi di giornate

sempre uguali

Diverse nell’ora d’aria

che respiriamo e guardiamo in alto

se una goccia o un escremento di un piccione

segna il territorio – il Nostro territorio –

Stolti nell’illusione di aver comprato

anche quello dove torneremo e

Qualcuno ci dovrà coprire con una stupida vanga

ci terrà come ampollina in qualche cesso

dove lo scempio si compie e prosegue il proprio corso

Corso Monforte – a Milano –

percorrevo l’altro giorno, poesia di volti

distratti e frettolosi, vuoti e incattiviti

 

La fretta di produrre carbone da infilare nella calza

Calze a rete fruscii sotto una gonna che

ha dimenticato di amare, di sentirsi vivere e

Poi

Penso alla mia donna – la mia Poesia –

E che merita, meritiamo molto di più di quel niente che abbiamo!

 

La tenerezza...

 

Di quando       la vedo al mattino

Di quando       mi sveglio con lei

Di quando       la prendo per mano

Di quando       parliamo sommessi...

 

Ricordo di noi bambini alla scoperta

di altri bambini prima di divenire

adulti schiavi e privi

di parole nelle ovvie iterazioni

 

Reiterate ripetizioni che (ri)conducono

all’inizio di quel discorso che

non conclude e si morde l’ultima vocale

nel conclave di voci confuse prima di

perdersi nell’illusione di aver trovato

un punto che chiuda il lamento di quella frase...

 

Due parole per dire...

 

Che ho sempre pensato alla poesia

nelle fusa affettuose del mio gatto

e non nel riciclaggio di sacchi di patate

a cui pagar cospicui dazi a

squallidi mercanti d’arte impoveriti

dalla propria miseria umana ricoperta da

un libro di Montale con le

pagine sgualcite e impolverate

da saccenti starnuti del dopo

copertura di grasse ignoranze

travestite da battone slave

che sulla Binasca reclamano

il loro diritto alla vita

vita non scelta

un’altra vita pensavano

un altro padrone cercavano

un altro lavoro

un marito

un figlio

e

io

penso

ai nostri mecenati

che battono sulle strade di

una falsa poesia

chiedendo

(non danno)

percentuali

ai

loro clienti

 

Per una pagina lampeggiante

 

Per un premio inutile

dai troppi anonimi vincitori

 

per le  scuole che si aggiungono

 

a scuole olocausto dove 

studiavo con il marcio

del legno che puzzava e la

maestra che puniva la mia mano

“maledetto mancino” che il

Diavolo ti abbia in gloria schernito

da saccenti compagni che mi tiravano

le noccioline come giovane cucciolo in

gabbia  dietro una vecchia lavagna

logorata e scrostata dal tempo che non l’ha

Perdonata – la maestra – il diavolo l’ha poi accolta in gloria!

 

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